#GreenMediaMonday: Inquinamento dell’aria e pandemia da Covid-19

#GreenMediaMonday: la rubrica di news sulla sostenibilità di Green Media Lab.

Abbiamo visto che – secondo la maggior parte degli esperti – la distruzione della biodiversità, l’avanzare dell’urbanizzazione e la globalizzazione potenziano a livelli fin qui inediti un meccanismo ben noto, ovvero quello del salto di specie (“spillover”) da specie selvatiche a uomo di nuovi virus. Ne abbiamo parlato in due articoli sul blog:   “Gli habitat danneggiati creano condizioni perfette per i virus” e “La riscossa della natura in tempi di quarantena”.

È stata anche sollevata l’ipotesi che l’inquinamento dell’aria possa agire tanto come vettore dell’infezione quanto come fattore peggiorativo dell’impatto sanitario della pandemia in corso. Per quanto sia ancora presto per giungere a conclusioni generali, è bene iniziare a fare chiarezza su un altro aspetto, molto importante, della relazione tra epidemie virali e ambiente. O, meglio ancora, tra salute umana e inquinamento/distruzione ambientale.

L’inquinamento come vettore del virus?

Il primo aspetto è relativo all’ipotesi che il particolato fine agisca da “vettore” nel trasportare a più lunga distanza il virus che si coagulerebbe sulla superficie delle particelle (che hanno un diametro almeno una decina di volte superiore a quello del virus). Questa ipotesi, già avanzata in letteratura da tempo su casi specifici, implicherebbe che la diffusione del virus sia facilitata non dallo smog in generale ma dal particolato fine. E che dunque questo effetto si aggiungerebbe alla trasmissione del contagio come nota (da individuo a individuo).

Un “position paper” presentato dal prof Leonardo Setti dell’Università di Bologna ed altri, ha avanzato una correlazione tra i superamenti dei limiti per il PM10 nelle centraline di alcune città e il numero di ricoveri da Covid–19. Si tratta di una correlazione basata su un numero assai limitato di osservazioni, e dunque una ipotesi da verificare, ma il fenomeno alla base – il particolato fine come vettore per altri inquinanti – è noto e provato certamente per altri fattori inquinanti (come per gli IPA, idrocarburi policiclici aromatici). Il documento conclude.

“tali analisi sembrano quindi dimostrare che, in relazione al periodo 10-29 febbraio, concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune Province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo (…) Si evidenzia come la specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico che ha esercitato un’azione di carrier e di boost”

Fabrizio Bianchi, capo dell’Unità di epidemiologia ambientale e registri di patologia all’Istituto di fisiologia clinica del CNR commenta.

“ho letto con interesse il lavoro di Setti e collaboratori che, partendo dalla plausibilità generale che soggetti esposti cronicamente a inquinamento atmosferico siano più suscettibili all’aggressione di virus, e specificamente di Covid–19, valutano che la velocità di contagio osservata in particolare in nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni ambientali. I risultati, basati su correlazione semplice tra livelli di PM10 e numero di casi di Covid–19 per provincia, richiedono di essere confermati e approfonditi mediante un disegno di studio più evoluto che tenga conto anche della disomogeneità territoriale del tempo di propagazione virale; tuttavia concludere con il supporto a favore di misure restrittive di contenimento dell’inquinamento ritengo sia un monito su cui concordare”.

Uno studio del 2017 che analizzava la diffusione dell’influenza stagionale associata alla presenza di particolato fine per la Cina dimostrerebbe che, in quel contesto, un effetto di questo genere esiste, anche se il contributo alla diffusione risultava limitato al 10,7% dei contagi e alle giornate più fredde. Un precedente studio sulla correlazione tra indicatore di inquinamento dell’aria e mortalità da SARS in Cina (2002-2003) mostrava come il rischio di mortalità era amplificato – circa doppio – nelle aree a più alto inquinamento rispetto a quelle con qualità dell’aria migliore.

Gli effetti di Covid-19 sono più letali nelle zone dove c’è un maggior inquinamento atmosferico da polveri sottili. 

È quanto emerge da una ricerca dell’Università di Harvard guidata dall’italiana Francesca Dominici, una delle massime autorità in materia. «Abbiamo scoperto che sul lungo periodo basta una differenza di un microgrammo nella media di pm 2,5, il particolato ultrasottile, per aumentare il tasso di mortalità del nuovo coronavirus del 15%» spiega la professoressa Dominici al telefono da Boston. Le pm 2,5, chiamate anche «polveri sottili» sono micro particelle inquinanti e cancerogene prodotte per esempio (ma non solo) dagli scarichi industriali, delle auto e dei riscaldamenti, così piccole che riescono a penetrare negli alveoli dei polmoni e poi nel sangue, e quindi a danneggiare l’organismo. Non è la prima volta che viene riscontrato un legame tra inquinamento dell’aria e pericolosità del Cov-Sars-2.

La ricerca di Harvard

I ricercatori hanno raccolto i dati relativi ai livello di particolato in 3.000 contee americane (dove vive il 98% della popolazione degli Stati Uniti) dal 2000 al 2016 e li hanno confrontati con i decessi per Covid-19 registrati fino al 4 aprile scorso. Poi li hanno «aggiustati» (cioè ricalibrati) per togliere tutti gli elementi che potevano alterare i risultati statistici: densità di popolazione, status socioeconomico, percentuale di fumatori, tasso di obesità, variabili climatiche, livello di istruzione — che, come è noto, incide sullo stato di salute — , numero di tamponi per la positività al virus effettuati, disponibilità di letti negli ospedali (Dominici è nota per aver sviluppato un metodo di calcolo molto efficace nell’eliminare le interferenze statistiche).

Così hanno trovato una associazione — che in statistica è un rapporto molto più stretto della semplice correlazione — tra inquinamento e pericolosità del nuovo coronavirus. «Se una persona vive per decenni in un luogo dove ci sono livelli alti di particolato ha una maggiore probabilità di sviluppare sintomi gravi — dice Dominici —. È un risultato che non ha sorpreso chi studia gli effetti delle polveri sottili sulla salute. Sappiamo già che l’esposizione di lungo periodo al microparticolato causa infiammazioni ai polmoni e problemi cardiocircolatori. E sappiamo che le persone con problemi al sistema respiratorio e cardiocircolatorio contagiate da Covid-19 hanno un tasso di letalità più alto». L’impatto del particolato potrebbe spiegare in parte anche quello che è successo in Italia: «La Pianura  padana è una delle zone più inquinate d’Europa e questo potrebbe avere avuto un ruolo anche nell’alto numero di vittime che si sono registrate in Lombardia» aggiunge Dominici.

Lo studio di Harvard presenta, secondo Scienzainrete, problemi metodologici quali ad esempio il mancato controllo per autocorrelazione spaziale sia della esposizione sia del contagio (si pensi ad esempio alle contee in prossimità di New York, sicuramente più inquinate e più affette dal contagio).

Nonostante questo, lo studio non spiega (né intende farlo) gli effetti fisiologici e clinici dell’inquinamento sulla malattia. Ma può essere molto utile per chi deve organizzare la risposta sanitaria all’epidemia.

«Ci dice che le zone più inquinate vedranno un numero maggiore di malati gravi, una volta che si diffonde il contagio — chiarisce Dominici — Quindi che lì le contromisure come il distanziamento fisico sono ancora più importanti. Ma anche che bisogna preparare le strutture mediche perché le persone infette svilupperanno sintomi più pesanti rispetto a quelle che hanno sempre respirato aria pulita».

Inquinamento dell’aria e mortalità in eccesso

Un secondo aspetto da considerare è che la presenza di elevate concentrazioni di inquinanti in aria è ritenuta responsabile di mortalità in eccesso. L’Agenzia Europea Ambiente (EEA) già da alcuni anni include nel rapporto annuale sulla qualità dell’aria (EEA, Air Quality in Europe, 2019) in cui la mortalità in eccesso è correlata a tre parametri ambientali, il PM2.5, NO2 e O3. L’ultima stima per l’Italia (dati 2016) riporta un totale di 76.200 morti dovuti a questi parametri, la maggior parte (77% circa) legati al particolato fine (PM2.5). Se poi si guarda la mappa dell’EEA sul valore medio di concentrazione di PM2.5 (vedi figura) balza agli occhi la drammaticità della situazione della pianura padana (cosa ben nota a chi si occupa di inquinamento dell’aria).

Questa situazione cronica è determinata da vari fattori, alta concentrazione di attività industriali e zootecniche, alta densità di popolazione e dunque emissioni da traffico e riscaldamento edifici e, cosa che gioca un ruolo assai rilevante, condizioni meteoclimatiche assai sfavorevoli.

La mortalità in eccesso è però la punta di un iceberg più ampio di disturbi al sistema respiratorio e cardiocircolatorio associato all’esposizione cronica ad elevati livelli di inquinamento dell’aria. Pur senza una “prova” epidemiologica che possa correlare direttamente (e quantitativamente) la severità dell’impatto della pandemia con la (pessima) qualità dell’aria,  è però possibile affermare con certezza che la popolazione in pianura padana è più di altre cronicamente esposta a elevati livelli di inquinamento dell’aria e dunque alle conseguenze che ne derivano. E che, quindi, questo può essere uno dei co-fattori che plausibilmente aggravano la severità dell’impatto di una pandemia che attacca il sistema respiratorio.

Bisogna ricordare che a influenzare la severità dell’impatto ci sono altri fattori ben noti, come ad esempio la quota di fumatori nella popolazione. Come ha rilevato l’Istituto Superiore di Sanità “un terzo in più dei fumatori positivi al Covid-19 presentava all’atto del ricovero una situazione clinica più grave dei non fumatori. Per loro il rischio di aver bisogno di terapia intensiva e ventilazione meccanica è più che doppio” (ISS, 11 marzo 2020).

Inquinamento dell’aria e principio di precauzione

Per quanto non si possa arrivare a una conclusione generale quantitativa si può però affermare che l’inquinamento cronico dell’aria, come i picchi di concentrazione di polveri sottili e altri inquinanti, agisca come fattore peggiorativo nei casi di epidemie. Ed è perfettamente plausibile che ciò avvenga sia come possibile veicolo che amplifica la diffusione del virus sia come fattore di stress cronico che potrebbe rendere più vulnerabile la popolazione agli effetti dell’epidemia, anche se non è possibile nel caso italiano stabilire di quanto. Ci vorrà una ricerca più ampia come sopra richiamato da Fabrizio Bianchi, che includa il parametro della qualità dell’aria tra i fattori da considerare.

Applicando il principio di precauzione possiamo però dare una conclusione chiara: politiche ambientali più severe per il miglioramento della qualità dell’aria sono importanti.

Fonti:

Corriere.it

Greenpeace

Scienzainrete

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